Super_Abile
Judo adattato per sviluppare autonomia, controllo, fiducia e miglior impiego delle energie

Il Judo, la via dell’adattabilità e l’arte del miglior impiego delle energie, può essere praticato proficuamente da tutti, anche da persone con disabilità fisiche, sensoriali o psichiche perchè attraverso la grande varietà di gesti e movimenti in piedi e a terra, si è stimolati ad utilizzare TUTTE le proprie risorse, sia mentali che fisiche, sviluppando controllo e consapevolezza del proprio corpo e della propria energia. Il Judo è sì una disciplina individuale, che tuttavia si pratica in gruppo; consente quindi di rapportarsi con compagni sempre differenti, abitua al contatto fisico favorendo la fiducia reciproca, il lavoro di gruppo e la socializzazione. L’attività che si propone nei corsi di Judo Adattato prevede una prima fase con lezioni speciali rivolte a piccoli gruppi o nei casi più gravi individuali,  e questa fase è propedeutica all’inserimento nei regolari corsi ed attività. La finalità non è da ricercarsi nella “cura” o nella “terapia” ma piuttosto nello sviluppo delle autonomie, nella ricerca di una maggiore armonia tra corpo, mente e cuore, nella socializzazione e, perché no, nel proporre anche un’attività piacevole e divertente.

Judo per ipovedenti e non vedenti

Nella nostra più che ventennale esperienza, abbiamo avuto modo di applicare la disciplina e i concetti del judo a vari aspetti del mondo della disabilità (“over the gap”, SUPER -ABILE”). E’ però senz’altro vero che alla luce di alcune sue caratteristiche, il judo, forse unica tra tutte le discipline di combattimento si presta particolarmente alla pratica delle persone ipo e non vedenti. Poiché nel judo sono presenti moltissime tecniche di proiezione, assume una fondamentale importanza la parte relativa al controllo della caduta. Trà le prime nozioni che vanno acquisite, ci sono infatti le tecniche necessarie per essere proiettati a terra senza subire alcun tipo di danno. La gestione della caduta diventa poi una metafora per capire come l’errore o l’evento negativo possa essere gestito, e diventare un’esperienza utile a ripartire. La pratica del judo comincia da una presa in cui i due praticanti appoggiano reciprocamente le mani sul corpo dell’altro per stabilire un contatto da cui poi si partirà per la pratica, si tratti di esercizio di studio o di un combattimento vero e proprio. (RANDORI). Questo significa che nel judo più che l’aspetto visivo è preponderante l’aspetto aptico, infatti la maggior parte delle informazioni che servono nella pratica si ottengono non guardando il compagno di pratica ma percependo la sua posizione e i suoi movimenti attraverso le mani. Il non vedente può praticare nello stesso modo e gli stessi gesti della persona vedente senza necessità di modificare o utilizzare degli aiuti o degli ausili che potrebbero snaturare la pratica. Una volta che il non vedente ha acquisito alcuni concetti di base, e adattando opportunamente la didattica alle sue particolari esigenze, niente preclude che il non vedente possa praticare con piena soddisfazione ai corsi regolari.


Non giudicatemi per i miei successi , ma per tutte quelle volte che sono caduto e sono riuscito a rialzarmi.

Nelson Mandela

Il punto di partenza....

E' stato il progetto "Over the Gap", in cui nel 1992 9 ragazzi  judoisti con sindrome di down insieme ai loro insegnanti (tra cui il Maestro Guido Marchiani)  ad una equipe medico scientifica e ad una troupe della RAI si sono recati in Giappone per verificare e presentare, nella patria del judo, il risultato di anni  di ricerche sull'utilizzo del judo per la socializzazione e la progressiva autonomia dei ragazzi. Il loro ingresso al KODOKAN di Tokio, è stato occasione di esperienze ed emozioni davvero stimolanti, anche per gli stessi Giapponesi, che a distanza di quattro mesi hanno ricambaito la visita recandosi a Bologna, al dipartimento di Pedagogia dell'Università e ad una palestra di Judo.